Bitcoin, una questione aperta e particolare, soprattutto in Cina

Bitcoin, una questione aperta

Il Bitcoin e la criptovaluta, sono una di quelle argomentazioni particolari. Sono infatti degli elementi considerati volatili, dei quali si sanno diverse cose, ma non tutto.

Le persone, o meglio gli investitori, dopo un’iniziale entusiasmo, dettato probabilmente dalla novità, hanno, per cosi dire, iniziato a tirare i remi in barca. I Bitcoin sono visti come un qualcosa di aleatorio, poco chiaro, e quindi suscitano perplessità e più di un timore.

La Cina in questo senso, ha messo in moto una sorta di piccola frenata. Una retromarcia che fa pensare gli investitori, aprendo più di un dubbio circa il sistaema ed il mondo della criptovaluta. Vediamo insieme cosa sta succedendo nel mondo asiatico.

Perché la Cina vuole mettere al bando il mining di bitcoin

Troppo dispendio di energia e troppo poco controllo sul mercato delle criptovalute. Per questo Pechino vuole fermare la crescente industria del conio di bitcoin e simili, agevolata dai bassi costi dell’elettricità.

La recente ripresa del settore delle criptovalute, trainate soprattutto dall’aumento crescente del valore del bitcoin, visto nelle ultime settimane e arrivato sopra la soglia dei 5mila dollari. Questo però potrebbe presto subire una battuta d’arresto a causa della Cina.

In un nuovo pacchetto di misure varato da Pechino ci potrebbe essere una norma che riduce o abolisce del tutto il mining, ossia il “conio” di criptovalute. Oggi il Paese asiatico rappresenta il primo mercato al mondo per quanto riguarda le attività di mining, il processo che serve a certificare le transazioni compiute con monete elettroniche sfruttando la blockchain e creando nuovi blocchi in cambio di nuovi token.

Oltre a terminali sempre più potenti, quest’operazione richiede il consumo di grandi quantità di energia, che in Cina ha costi ancora relativamente bassi e quindi è stata ampiamente impiegata negli ultimi anni.

Mining poco sicuro e messo al bando

Ed è proprio questo uno dei motivi che guidano la messa al bando di simili attività da parte della Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme, che considera il mining poco sicuro, dannoso per l’ambiente e troppo dispendioso in termini di consumo energetico.

A livello globale, si calcola che i consumi relativi al mining di criptovalute si aggirino attorno ai 42 terawattora l’anno, originando un notevole dispendio di energia. Tra i giganti del settore che accuseranno il colpo di un simile provvedimento ci sarà certamente la cinese Bitmain Technologies, che fornisce apparecchiature elettroniche dedicate al mining e che nel 2017 concentrava in sé il 70% di tutte le attività di quel genere al mondo. Ora le aziende che operano nel settore dovranno cercare investimenti altrove, creando così nuovi equilibri finanziari globali. Infatti, la messa al bando da parte del governo di Pechino si estende anche alle imprese che investono in questo genere di attività.

Questo tipo di strategia potrebbe portare anche a una minore influenza della Cina nelle negoziazioni nel settore delle monete digitali. Ma già l’anno scorso, la Repubblica Popolare aveva deciso di intervenire nel settore fintech, ordinando alle compagnie cinesi di uscire dal business delle criptovalute per il rischio di speculazioni finanziarie. Insomma la Cina sta cercando, in qualche modo, di ripararsi da eventuali tracolli, e da sperperi di energia, che causano costi non indifferenti.

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